Il martedì ha portato un’elevata volatilità sui mercati internazionali, sullo sfondo delle dichiarazioni dure di Donald Trump.
Le minacce riguardanti la distruzione delle infrastrutture iraniane e attacchi alla “civiltà iraniana”, nel caso in cui lo Stretto di Hormuz non fosse stato riaperto entro il termine stabilito, hanno amplificato l’incertezza.
I mercati hanno reagito immediatamente, oscillando tra scenari di escalation militare e possibili soluzioni diplomatiche.
La situazione è cambiata durante la notte, quando Washington e Teheran hanno raggiunto un accordo di cessate il fuoco per due settimane, mediato dal Pakistan.
L’accordo è condizionato dalla riapertura dello Stretto di Hormuz, e i negoziati continueranno venerdì a Islamabad. Sebbene gli Stati Uniti parlino di “vittoria totale”, la parte iraniana sottolinea che la guerra non è conclusa.
La reazione dei mercati è stata immediata. Il prezzo del petrolio è crollato, con il WTI in calo di quasi il 15% (96,10 $/barile) e il Brent in diminuzione del 13,5% (94,5 $/barile). Anche in queste condizioni, le quotazioni restano al di sopra dei livelli precedenti al conflitto.
Parallelamente, le borse asiatiche sono cresciute significativamente, con Tokyo in rialzo di oltre il 5%, mentre l’euro si è apprezzato fino a 1,1680 USD, il livello più alto dal 2 marzo.
Sebbene la tregua sia fragile e temporanea, e il premio per il rischio geopolitico non sia completamente dissipato, il contesto attuale indica una distensione temporanea dei mercati, con effetti visibili anche sui cereali, in particolare in Europa, dove il tasso di cambio euro/dollaro esercita una pressione aggiuntiva sulla competitività delle esportazioni.
Nel settore cerealicolo, l’attenzione rimane focalizzata sulle prospettive della nuova campagna agricola. Lo stato delle colture di grano dopo l’inverno è attentamente monitorato nel bacino del Mar Nero e negli Stati Uniti, mentre per il mais le discussioni sono dominate dal ritmo delle semine nell’emisfero nord, in un contesto caratterizzato da elevati costi dei fertilizzanti.
Nel comparto delle oleaginose, gli oli vegetali restano al centro dell’attenzione, sostenuti dall’aumento dei mandati per i biocarburanti a livello globale, che mantiene pressione sulla domanda.
Mercato americano: pressione sui cereali dopo la correzione del petrolio
Il forte calo del petrolio, determinato dall’accordo temporaneo tra Stati Uniti e Iran, esercita pressione sui cereali americani, che negli ultimi mesi avevano incorporato un premio di rischio geopolitico, alimentato dal posizionamento dei fondi speculativi. In questo contesto, il mercato diventa vulnerabile a prese di profitto.
Per quanto riguarda la struttura delle colture per il 2026, le superfici di mais e soia restano un tema aperto. Al contrario, il mercato del grano è dominato dal fattore climatico.
L’annuncio di precipitazioni favorevoli nelle Grandi Pianure contribuisce a compensare parzialmente le condizioni deboli nei campi.
I dati pubblicati dall’USDA confermano questa situazione: solo il 35% delle colture di grano invernale è valutato come “buono–eccellente”, il settimo livello più basso all’inizio della primavera dal 1990.
L’indicatore è ben al di sotto delle aspettative degli analisti (42%) e inferiore al 48% registrato lo scorso anno nello stesso periodo.
Nel complesso, i mercati restano in una fase di rapido aggiustamento, in cui fattori geopolitici, andamento del petrolio e condizioni agroclimatiche si intrecciano direttamente con le decisioni commerciali e di investimento nel settore agricolo.



