A livello globale, l’agricoltura rigenerativa è diventata una parola-chiave. Compare nei report ESG delle multinazionali, nelle presentazioni per gli investitori e nelle strategie climatiche dei governi. I consumatori la cercano sugli scaffali, i brand la rivendicano nelle campagne di comunicazione.
L’Italia non fa eccezione. Negli ultimi anni, il tema è entrato nel dibattito agricolo, sostenuto anche dalle politiche europee, dalla PAC e dagli obiettivi del Green Deal.
In diverse regioni – dal Nord cerealicolo alle aree viticole e olivicole – gli agricoltori sperimentano colture di copertura, riduzione delle lavorazioni, rotazioni più ampie.
Ma quando la discussione si sposta dal piano politico a quello aziendale, il tono cambia. Come osserva Avishai Schneider, Executive Leader Ag-Inputs & Agtech, la realtà sul campo non è ideologica, è economica.
La transizione rigenerativa ha un costo reale
Secondo Schneider, la conversione di un’azienda agricola convenzionale verso pratiche rigenerative richiede in media dai tre ai cinque anni.
In questo periodo, anche in Italia, gli agricoltori devono affrontare calo iniziale delle rese, maggiore complessità operativa e un profilo di rischio più elevato.
Il punto centrale è che stiamo chiedendo agli agricoltori – l’anello con i margini più sottili dell’intera filiera agroalimentare – di finanziare gli obiettivi climatici globali.
Questo vale negli Stati Uniti, ma vale altrettanto nel contesto italiano, dove molte aziende operano con superfici frammentate e redditività limitata.
Come sottolinea Schneider, questo non è un piano industriale. È una fantasia.
Primo pilastro: ridurre il rischio negli anni di transizione
La prima condizione indicata da Schneider è la riduzione del rischio. In Italia, i sistemi assicurativi e di sostegno pubblico sono pensati per eventi estremi – grandine, siccità, alluvioni – non per coprire il rischio strutturale della transizione rigenerativa.
Eppure, questo rischio è prevedibile: rese instabili, risultati agronomici non uniformi, costi iniziali più elevati. Senza strumenti finanziari dedicati agli anni di transizione, l’adozione resta limitata a chi può permettersi di perdere margine per più stagioni.
Secondo pilastro: contratti di ritiro reali, non promesse
Il secondo punto è ancora più sensibile per il contesto italiano. Molte aziende alimentari parlano di sostenibilità, ma poche firmano contratti di ritiro a lungo termine.
Schneider è molto chiaro: servono contratti di almeno cinque anni che garantiscano l’acquisto della produzione anche durante la fase di transizione, non solo quando il suolo è finalmente “certificato”.
In Italia, questo è un nodo critico, soprattutto per i produttori di cereali, uva e olive, che operano su mercati volatili.
Senza sicurezza commerciale, il rischio resta tutto sulle spalle dell’agricoltore.
Terzo pilastro: il mercato del carbonio, tra potenziale e realtà italiana
Il terzo elemento indicato da Schneider riguarda i crediti di carbonio. In Italia, il carbon farming è in fase di sviluppo, con progetti strutturati come AgroEcology Italy e con l’interesse crescente di aziende e intermediari.
Ma il problema resta lo stesso evidenziato da Schneider a livello globale: il mercato del carbonio non è ancora una fonte di reddito affidabile per l’agricoltore.
Metodologie diverse, costi di misurazione elevati, tempi lunghi e prezzi incerti rendono difficile integrare il carbonio in un piano economico aziendale.
Finché il carbonio resta un’opportunità teorica e non un flusso di cassa prevedibile, non può sostenere la transizione rigenerativa.
Il punto chiave: manca il ponte economico
Il messaggio di Avishai Schneider è diretto e scomodo: la tecnologia esiste, la volontà esiste, la pressione politica esiste. Quello che manca, anche in Italia, è il ponte economico.
Senza un’architettura finanziaria che redistribuisca il rischio tra agricoltori, industria, assicurazioni e finanza, l’agricoltura rigenerativa resterà un tema da convegni, non un modello scalabile.
Come conclude Schneider, la sostenibilità deve diventare una voce di conto economico, non solo una dichiarazione di intenti. Anche – e soprattutto – nel contesto agricolo italiano.



