sabato, 15 Giugno, 2024
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Le contraddizioni dei limiti imposti nella coltivazione in regime biologico legano le mani agli agricoltori

La lotta degli agricoltori in regime biologico contro la peronospora (malattia crittogamica della vite che in Molise, quest’anno, ha ridotto dell’80% la produzione) ha messo in evidenza le contraddizioni di alcune regole comunitarie.

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Euractiv ha raccolto le storie di alcuni agricoltori bio che di fronte alla comparsa della malattia tra le file dei propri vitigni ha dovuto limitare l’utilizzo del rame (che non può eccedere i 4 kg/ha per anno), che invece avrebbe potuto aiutare a risolvere il problema.

La circostanza ha fatto emergere una contraddizione che riguarda i principi attivi di sintesi (utilizzabili nell’agricoltura convenzionale e in parte in quella integrata) e quelli naturali.

Le antinomie del biologico, dal fosforo al guano

Un esempio è il fosforo: “la formula di sintesi chimica non è utilizzabile in regime bio, dove invece l’impiego di quello estratto in miniera è concesso”, spiega Sergio Saia, professore ordinario di Agronomia e coltivazioni erbacee dell’Università di Pisa.

Lo stesso vale per alcuni nitrati e fertilizzanti minerali: quelli utilizzati in agricoltura sono prodotto di sintesi, e perciò interdetti all’agricoltura biologica. Ma è possibile trovarne in natura, come il guano, concime naturale ricavato da escrementi di uccelli marini ricco di nitrato di sodio.

„Sono stati distrutti interi ecosistemi per prelevarlo – continua Saia – Così ricavato è utilizzabile in regime biologico ma non si tiene conto dei danni che comporta. I nitrati, molto utilizzati in agricoltura, si disperdono facilmente nell’aria diventando gas serra”.

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Per risalire al perché di questa antinomia bisogna tornare al Dopoguerra:

„La riconversione dell’industria chimica da bellica a civile ha fatto fare passi da gigante all’agricoltura, talvolta a discapito degli effetti collaterali”.

Molti pesticidi – che pure si sono mostrati in grado di aumentare la produttività del 20, 30, in alcuni casi anche del 100% – si sono rivelati nocivi per l’uomo.

„È in quel momento che si comincia a parlare di agricoltura biologica – illustra il professor Saia – Ne è derivato, talvolta, un approccio ideologico. Non ci si è più chiesti se il prodotto fosse dannoso, ma se fosse naturale o meno”.

„Per combattere la peronospora nei miei vigneti – racconta Francesco Goracci, imprenditore agricolo classe 2000 che tra la Toscana e la Puglia produce vino e olio d’oliva – ho utilizzato, entro certi limiti, il rame. Un metallo pesante che si accumula nel suono fino a far danno. Mi è invece impedito l’impiego del tanto vituperato glifosato, prodotto di sintesi che invece si degrada in poche ore”.

Il paradosso dell’aratura

Il progresso tecnico, insomma, non sempre va di pari passo con la sostenibilità. E alcune pratiche al contrario ammesse in regime di coltivazione biologica non fanno il bene del terreno su cui intervengono. È il caso dell’aratura.

„Negli anni 50, in pieno Dopoguerra, non solo l’industria chimica ma anche quella dei carri armati si è riconvertita – spiega il professor Saia – dando vita ai trattori”.

Se, zappa alla mano, si arriva a scavare a circa 15 cm di profondità, l’arto meccanico di un trattore può arrivare fino a 40 cm e più.

„Si scoprì che più a fondo si andava più facilmente si produceva – spiega Saia – Oggi è semplice capire il perché: l’aratura riportava in profondità gli agenti patogeni presenti sulla parte superficiale del suolo”.

„L’aratura favorisce la mineralizzazione: ciò di cui si nutrono le piante – continua – Ma ciò avviene a discapito della sostanza organica, che rende fertile un terreno”.

E la sostanza organica mineralizzata, a sua volta, diventa CO2.

In regime biologico l’aratura è stata assunta come pratica naturale perché impiegata da anni, “ma quella che facciamo oggi non ha niente a che vedere con quella degli antichi romani, che non arrivavano a più di 5 cm di profondità del suolo”, dichiara il professor Saia.

Il discrimine tra ciò che è utilizzabile e ciò che non lo è in regime di coltivazione biologica parte da assunti scientifici ma, quando diventa legge, sottostà inevitabilmente alla fallibilità della concertazione tra posizioni divergenti.

„Le esigenze tedesche possono non coincidere, tanto per fare un esempio, con quelle svedesi o italiane – conclude Saia – L’Unione europea, avvalendosi delle ricerche, tra gli altri, di importanti centri di ricerca come il Joint Research Centre prova ad orientare le sue scelte in base alle risultanze scientifiche. Non sempre fanno lo stesso gli Stati membri ai tavoli decisionali”.

Fonte dell'articoloeuractiv.it
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