Sono bastati dieci voti per rallentare – ancora una volta – l’accordo tra Unione europea e Mercosur.
Con 334 voti a favore del rinvio, 324 contrari e 11 astensioni, il Parlamento europeo ha deciso ieri a Strasburgo di deferire l’accordo alla Corte di giustizia dell’UE, congelando di fatto l’iter di ratifica e aprendo la strada a mesi, se non anni, di ulteriore stallo.
Il voto fotografa fratture politiche profonde e trasversali. Renew Europe, Verdi e Sinistra hanno sostenuto il rinvio, affiancati da parte dell’estrema destra, mentre PPE e Socialisti hanno difeso l’accordo, pur con defezioni interne.
Una maggioranza risicata che blocca una decisione strategica in un momento di forte incertezza geopolitica.
Al centro del confronto resta la scelta della Commissione europea di separare il pilastro commerciale – da approvare a livello UE – dalle parti a competenza mista, che richiederebbero il passaggio nei parlamenti nazionali.
I promotori del rinvio denunciano un tentativo di aggirare il controllo democratico degli Stati membri. È un dibattito già visto – e risolto – con altri accordi commerciali, come nel caso dell’accordo tra UE e Cile.
Dal punto di vista giuridico, va però ricordato che il voto del Parlamento non è vincolante per la Commissione europea.
I Trattati consentono infatti all’esecutivo europeo di procedere comunque, ad esempio attraverso una applicazione provvisoria dell’accordo, una possibilità che resta tecnicamente aperta ma politicamente esplosiva.
Non a caso, già domani è previsto un Consiglio dedicato, chiamato a valutare i prossimi passi e il delicato equilibrio tra rispetto del segnale politico dell’Eurocamera e urgenza strategica.
Ed è qui che il dibattito istituzionale si scontra con una realtà spesso assente dalla discussione pubblica: il costo economico del rinvio. Secondo stime dell’European Centre for International Political Economy (ECIPE), solo tra il 2021 e il 2025 l’Unione europea ha già perso circa 180 miliardi di euro in esportazioni a causa del ritardo nell’attuazione dell’accordo.
Ancora più significativo è il costo del tempo che continua a scorrere. Sempre secondo ECIPE, ogni singolo mese di ritardo nel 2026 comporterebbe una perdita di circa 4,4 miliardi di euro di PIL e 3 miliardi di euro di esportazioni.
Il congelamento del processo non è solo una pausa tecnica: è una scelta con ricadute economiche negative per le imprese europee.
Questi numeri pesano ancora di più nel contesto globale. Mentre l’UE esita, altri attori avanzano. La Cina ha rafforzato in modo sistematico la propria presenza in America Latina, consolidando legami commerciali e strategici con i Paesi del Mercosur.
Ogni mese di attesa riduce lo spazio di manovra europeo in una regione cruciale per materie prime, sicurezza economica e alleanze politiche.
Per Bruxelles, l’accordo UE–Mercosur non riguarda solo dazi e accesso ai mercati. È uno strumento di politica estera, di diversificazione delle catene del valore e di credibilità internazionale.
Continuare a rinviarne l’attuazione significa accentuare una progressiva erosione dell’influenza europea. La richiesta di chiarezza giuridica è legittima. Ma quando la verifica legale si traduce in immobilismo, il costo non è più teorico: è economico, strategico e reputazionale.



