giovedì, 9 Febbraio, 2023
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Cambiamenti climatici e agricoltura, la soluzione è adattarsi e limitarli

Le emissioni totali di gas a effetto serra (Ghg), che in alte concentrazioni provocano il surriscaldamento dell’atmosfera, quali l’anidride carbonica (CO2), il metano (CH4) e il protossido di azoto (N2O), sono tuttora in aumento.

Già oggi è largamente improbabile che riusciremo a evitare l’innalzamento della temperatura oltre 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali, nonostante quello sia il limite di aumento di temperatura sul quale 196 stati firmarono l’accordo di Parigi nel 2015, poi finalizzato nel 2021 con la COP26, impegnandosi per limitare il riscaldamento globale al di sotto di esso.

Agricoltura sempre più a rischio

Secondo l’Ipcc (organismo internazionale di valutazione dei cambiamenti climatici), un’innalzamento della temperatura media del globo superiore a 1,5 °C causerà un consistente aumento di intensità e frequenza di eventi climatici estremi, aggravando ulteriormente l’impatto negativo sulle risorse naturali, sul funzionamento degli ecosistemi, sulla biodiversità, sulla sicurezza alimentare, sulla salute umana e dunque il rischio per la vita dell’uomo sulla Terra.

Inoltre, il maggiore incremento delle temperature medie e degli eventi estremi caldi avverrà proprio in Europa centrale e meridionale e nelle zone Mediterranee.

Perciò, e poiché l’agricoltura è fortemente influenzata dal clima e, allo stesso tempo, ha un impatto rilevante su di esso, bisogna agire rapidamente per arginare i danni che essa potrà subire e il suo impatto.

Csa: l’agricoltura dell’adattamento, della mitigazione e della sicurezza alimentare

L’agricoltura “intelligente” dal punto di vista climatico (in inglese Climate smart agriculture o Csa) è un approccio che mira a guidare le pratiche agricole in modo da tener conto degli effetti del cambiamento climatico e della crescente popolazione mondiale. Essa, come spiega la Fao, si basa su tre pilastri:

  • garantire la sicurezza alimentare mantenendo/aumentando in modo sostenibile la produttività e i redditi agricoli;
  • adattare le pratiche agricole ai cambiamenti climatici;
  • mitigare, cioè ridurre e/o eliminare le emissioni Ghg, ove possibile.

Impatti del clima sull’agricoltura

L’agricoltura subisce impatti dovuti a singoli eventi meteorologici, alla variabilità climatica e al cambiamento del clima (cioè della media delle condizioni meteo).

Tra i danni principali identificati dalla Fao vi sono gli effetti fisiologici su colture, pascoli e foreste, spostamenti dei periodi di crescita delle colture, modificazione della quantità e qualità delle risorse idriche, aumento delle sfide legate ad agenti patogeni ed erbe infestanti e cambiamenti di qualità del suolo.

Gli effetti sul bestiame riguardano lo stress da caldo (con riduzione dell’alimentazione, della crescita, della produzione di latte e aumento della mortalità), la qualità del foraggio e le malattie. Gli impatti secondari sono quindi una diminuzione della produzione e un aumento della variabilità, le fluttuazioni dei prezzi del mercato mondiale, i cambiamenti nella distribuzione geografica dei regimi commerciali, l’aumento del numero di persone a rischio di insicurezza alimentare, le migrazioni e i disordini civili.

Strategie di adattamento

Tra le strategie di adattamento troviamo:

  • scelta di cultivar e miglioramento genetico, specifici per le condizioni climatiche e la durata della stagione di crescita;
  • uso di popolazioni evolutive o di varietà antiche contenenti variabilità genetica;
  • regolazione della data di semina;
  • ottimizzazione di operazioni colturali, come irrigazione, fertilizzazioni, lavorazioni del suolo;
  • diversificazione della produzione.

Impatti dell’agricoltura sul clima

Agricoltura, silvicoltura e altre forme di utilizzo del suolo (il cosiddetto settore Afolu – Agriculture, forestry and other land use) sono responsabili per circa il 22% delle emissioni totali di gas serra di origine antropica al livello globale (dato 2019).

La maggior parte delle emissioni di CO2 del settore Afolu sono dovute alla deforestazione (che sta ancora intaccando la superficie forestale mondiale, ma con un tasso complessivo in diminuzione), ma anche agli incendi e al drenaggio delle torbe.

Invece, le emissioni di CH4 di tale settore continuano ad aumentare, e la loro fonte principale è la fermentazione enterica dei ruminanti. Analogamente, le emissioni di N2O del settore Afolu sono in aumento e sono dominate in particolare dalla gestione delle deiezioni, dall’uso di fertilizzanti azotati e dalle deposizioni atmosferiche di azoto.

Riguardo all’Italia, il report Ispra 2022 riporta che il settore agricolo contribuisce per l’8,6% alle emissioni nazionali di Ghg, escludendo il settore dell’uso del suolo, del cambio d’uso del suolo e la silvicoltura (settore Lulucf – Land use, land-use change, and forestry o Folu – Forestry and other land use).

Ben il 41,4% di queste sono dovute alle fermentazioni enteriche dei ruminanti, mentre il 33,1% è causato dall’applicazione di fertilizzanti azotati sui suoli e il 19% dalla gestione delle deiezioni animali.

Dunque, in Italia il settore zootecnico è il principale responsabile delle emissioni agricole, contribuendovi per il 79%, con al primo posto l’allevamento bovino, similmente a quanto accade in Europa e a livello globale. Perciò tale settore ha un ruolo cruciale nella mitigazione al cambiamento climatico.

Strategie di mitigazione

Vi sono diverse strategie di mitigazione delle emissioni adottabili in agricoltura. Ad esempio, migliorare:

  • l’alimentazione animale, aumentando la digeribilità degli alimenti e agendo sul rumine per ridurre le sue fermentazioni;
  • la produttività e la salute degli animali;
  • la gestione del letame, coprendo i sistemi di stoccaggio, adottando sistemi di digestione anaerobica, separando urine e feci, utilizzando inibitori della nitrificazione;
  • la gestione delle colture e dei pascoli, adottando le rotazioni, ottimizzando il carico di bestiame, evitando il pascolo nelle stagioni umide e con forti piogge, adottando pratiche di fertilizzazione di precisione, sostituendo fertilizzanti inorganici con quelli organici, favorendo il sequestro del carbonio nel sistema suolo-piante;
  • la prevenzione delle perdite lungo la catena alimentare;
  • il riutilizzo di rifiuti alimentari;
  • la riduzione dell’uso di energia o la sua produzione da fonti rinnovabili.

Produttività e mitigazione nel settore zootecnico

Per quanto riguarda la mitigazione da parte del settore zootecnico, i dati mostrano che l’intensità di emissioni per unità di prodotto (latte e carne) è diminuita durante gli scorsi decenni a livello globale, in concomitanza con l’aumento della produttività. Ciò significa che oggi produciamo un chilo di carne o di latte rilasciando meno emissioni che 40 anni fa.

Infatti, animali più produttivi consentono in genere un minore impatto in termini di Ghg per unità di prodotto, seppur producano più emissioni per singolo capo a causa degli aumenti di cibo ingerito ed escrezioni. In aggiunta, la maggiore efficienza legata all’industrializzazione della produzione ha ulteriormente ridotto l’intensità di emissioni dei prodotti animali.

Minor impatto delle razze a duplice attitudine

Tuttavia, benché aumentare la produttività possa ridurre le emissioni, tale obiettivo può condurre a grossi errori se non adeguatamente contestualizzato.

È il caso del miglioramento genetico dei bovini mirato all’aumento di produttività del solo latte o della sola carne, che ha causato conseguenze impreviste in termini di emissioni dell’intero settore.

Recenti ricerche dimostrano infatti che un sistema zootecnico costituito da allevamenti specializzati nella produzione di carne bovina, autonomi da quelli di vacche da latte, presenta un’intensità di emissioni di gas serra più elevata rispetto ad un sistema che utilizza razze a duplice attitudine (cioè sia da latte che da carne).

Di qui la necessità di tornare ad allevare razze bovine a duplice attitudine, il cui abbandono non solo costituisce una pericolosa perdita di biodiversità delle razze autoctone, ma può causare anche una maggior quantità di emissioni totali del settore zootecnico.

Inoltre, nonostante i miglioramenti dell’intensità di emissioni ottenuti sinora, le emissioni nette globali del settore zootecnico sono tuttora in aumento a causa dell’aumento dei capi allevati. Dunque, azioni di mitigazione dal punto di vista della produzione non bastano: secondo l’Ipcc è necessaria una riduzione del consumo di carne e degli sprechi da parte dei consumatori.

Nel nostro Paese, il numero di bovini allevati è già in diminuzione, così come il consumo di carne e latte, con un conseguente calo delle emissioni del settore zootecnico registrato dagli anni ’90 al 2020.

I limiti della Csa

In conclusione, l’approccio Csa può risultare utile per lo sviluppo di un’agricoltura sostenibile nel presente e nel futuro. Ma deve necessariamente essere integrato in un’analisi più ampia, comprendente gli altri impatti ambientali dell’agricoltura (l’acidificazione dei terreni, l’eutrofizzazione e il consumo d’acqua, la crisi della biodiversità, la resistenza agli antibiotici) e sulle condizioni politiche, economiche, sociali.

Altrimenti, il rischio è che, trascurando tali fattori, l’introduzione di una strategia di mitigazione delle emissioni o di adattamento comporti danni inattesi.

Come esempio di tale limite della Csa, si può guardare alla valutazione dell’industrializzazione della produzione zootecnica.

I potenziali risparmi di emissioni legati alla maggiore efficienza produttiva non devono essere l’unico dato da considerare: essi vanno soppesati contro il peggioramento delle condizioni di vita degli animali, il maggiore sviluppo di zoonosi, l’inquinamento idrico dovuto alla concentrazione dei reflui in un’area geografica ristretta e l’aumento dell’uso e della resistenza agli antibiotici.

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