Una delle politiche più longeve dell’UE, la PAC, è ormai percepita come obsoleta e troppo costosa, mentre Bruxelles guarda a nuove priorità strategiche e l’agricoltura scompare dal dibattito sul futuro dell’Unione.
I tagli di bilancio, le riforme mancate e le spinte nazionali mettono così a rischio l’integrità del mercato unico agricolo, minacciando uno dei pilastri storici dell’integrazione europea.
Franco Sotte è già Professore ordinario di Economia e Politica Agraria presso la Facoltà di Economia „G.Fuà” dell’Università Politecnica delle Marche, Fondatore e Presidente dal 1995 al 2020 dell’Associazione Alessandro Bartola – Studi e ricerche di economia e di politica agraria, Direttore della rivista scientifcia Agriregionieuropa, Socio emerito della Associazione Italiana di Economia Agraria ed Applicata (AIEAA).
Da diversi decenni ormai, la politica agricola comune (PAC) è un grande peso che grava sul bilancio dell’UE. I documenti strategici sul futuro dell’Unione, quelli che dovrebbero fare da base di riferimento anche per le proposte di riforma della PAC, neanche la menzionano.
Altre sono le priorità: sicurezza, gestione dell’immigrazione, controllo delle frontiere, contrasto al terrorismo, difesa, lotta alle discriminazioni, occupazione e rilancio economico, riduzione del divario sociale ed economico tra paesi, riforme strutturali, stabilizzazione macroeconomica, transizione verso modelli di crescita sostenibili.
Gli unici riferimenti alla PAC, che si ritrovano nei documenti strategici, ne criticano soprattutto il costo esorbitante. Così è stato, nei lavori preparatori del QFP corrente (2021-2027).
Nel Rapporto finale del gruppo ad alto livello sulle risorse proprie nominato dalla Commissione e presieduto nel 2016 da Mario Monti si legge:
„There is a consistent criticism towards the two major spending posts – agriculture and cohesion – as being essentially redistributive and not providing enough added value, partly because Member States focus their efforts to „get their money back”, and partly because policies are not optimal”.
Un giudizio simile è nel Rapporto Draghi:
„The EU’s annual budget is small. It is also not allocated towards the EU’s strategic priorities. Despite attempts at reform, the shares of the 2021-2027 Multiannual Financial Framework (MFF) allocated to cohesion and the common agricultural policy are still 30.5% and 30.9%, respectively”.
Nelle proposte del futuro QFP e della PAC 2028-2034, le politiche agricola e regionale subiscono un consistente taglio di bilancio e saranno finanziate assieme da un fondo unificato con 865 miliardi di euro.
Per la loro definizione e gestione, gli Stati membri redigeranno un Piano di Partenariato Nazionale e Regionale (PNRR). Una parte dei fondi, 628 miliardi di euro, è preassegnata. Di questi, 303 miliardi di euro, sono riservati alla PAC per gli aiuti al reddito in base agli ettari posseduti.
Questo palese regalo alla rendita è un chiaro tentativo di accontentare, in ragione della path dependency, le lobby agricole.
Quelle che, con le manifestazioni dei trattori, su questo sostegno concentrano le loro rivendicazioni. Così hanno spinto la Von der Leyen a ritirare le maggiori novità della presente PAC 2023-2027, figlie del Green Deal, per ripristinare la situazione precedente.
Non è una posizione nuova se si considera che, più di venti anni fa, uno studio realizzato per conto della Commissione Prodi (Sapir, 2003) rilevava che non ci fossero ragioni per riservare agli agricoltori un aiuto al reddito distinto da quello concesso a tutti gli altri soggetti in difficoltà economiche; e che comunque, in quanto politica sociale, in base al principio di sussidiarietà, dovessero essere gli Stati membri e non l’UE ad occuparsene e a pagarne il costo.
Ancor prima, nello stesso senso, s’era espresso nel 1987 un gruppo di lavoro istituito dalla Commissione europea e presieduto da Tommaso Padoa Schioppa.
Tutta la restante politica agricola entrerà in concorrenza, a livello nazionale nel PPNR, con le altre politiche, finanziate fin qui principalmente dal Fondo europeo di sviluppo regionale e dal Fondo sociale europeo.
Entrerà quindi in competizione per i 237 miliardi di euro non preassegnati o per gli eventuali finanziamenti nazionali aggiuntivi.
Ogni Stato membro, sia pure nel quadro di una strategia complessiva definita a livello comunitario, sarà quindi libero di adattare la propria politica agricola secondo le proprie convenienze e le proprie disponibilità di bilancio.
Avremo quindi 27 diverse politiche agricole nazionali per competenze che, queste si, hanno un chiaro carattere di bene pubblico europeo.
E che, in base al principio di sussidiarietà, dovrebbero essere o affidate ad un governo comune o gestite e cofinanziate, come è stato fin qui per lo sviluppo rurale, con una governance multilivello tra Unione, Stati membri e Regioni.
Ci riferiamo al contrasto e l’adattamento al cambiamento climatico, all’agro-ambiente, al cambiamento tecnologico, alla valorizzazione della qualità dei prodotti, alla tutela della salute dei consumatori, alla cooperazione, alla fornitura di servizi all’agricoltura, alla diversificazione, alla sicurezza alimentare, alla politica per le aree interne e marginali dell’UE.
Come conseguenza della diversa politica agricola di ogni Stato membro e della differente capacità/disponibilità di sostenerla finanziariamente, saranno infrante anche le regole del mercato unico.
La concorrenza non premierà più i migliori agricoltori ma, a parità di efficienza tecnica e gestionale, quelli che risiedono negli Stati membri con maggiore impegno finanziario a sostegno della propria agricoltura.
La politica agricola comune è stata un pilastro fondamentale della costruzione europea. Fino a metà degli anni Ottanta era l’unica politica effettivamente finanziata e gestita in comune.
Ma adesso la PAC si sta sfaldando per la sua incapacità di stare al passo con i tempi e per l’inadeguatezza delle istituzioni e delle organizzazioni ad essa preposte.



