sabato, 3 Dicembre, 2022
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Vendemmia 2022, irrigazione in vigneto cruciale per fare quantità

L’andamento stagionale anomalo ha confermato che per mantenere alti i livelli di produttività in vigneto l’irrigazione è ormai essenziale. Mentre per fare qualità sono altri i fattori determinanti. Abbiamo parlato con Riccardo Velasco, direttore del Centro Crea di Viticoltura ed Enologia.

L’annata vitivinicola 2022 è stata segnata da temperature elevate e assenza di piogge lungo tutta la Penisola. Da Nord a Sud la colonnina del termometro ha fatto registrare temperature intorno ai 30°C fin da maggio, mentre la carenza di precipitazioni ha mandato in stress molti vigneti.

Nel complesso possiamo dire che la produttività è calata un po’ ovunque, fatti salvi certi areali, mentre la qualità è stata buona, complice anche l’assenza quasi totale di malattie fungine.

“A soffrire di più sono stati quei vigneti in cui non era presente un impianto di irrigazione, spiega Riccardo Velasco, direttore del Centro Crea di Viticoltura ed Enologia.

 “La carenza di piogge ha mandato in stress molti vigneti e questo ha avuto ripercussioni importanti sulla produttività”.

Calo della produttività in (quasi) tutta Italia

Riportando le stime fatte proprio dal Crea vediamo come in Friuli Venezia Giulia e in Veneto le produzioni siano in leggero calo rispetto al 2021 (meno 10% e 5% rispettivamente), principalmente a causa della scarsità di piogge e dell’impossibilità di irrigare i vigneti in alcune aree, quelle collinari in particolare.

In Trentino Alto Adige la produzione è in leggero aumento, più 5-6% rispetto al 2021, in particolare per le cultivar autoctone a bacca rossa. 

Lombardia ed Emilia Romagna registrano una flessione delle produzioni in particolare per la zona dell’Oltrepò e per la collina romagnola. Il Piemonte, invece, ha risentito meno della drammaticità dell’annata: si prevede una riduzione, rispetto al 2021, solo di qualche punto percentuale.

In altre due regioni viticole italiane, Toscana e Puglia, si registrano produzioni leggermente superiori rispetto al 2021 per motivazioni diverse: la Toscana è stata interessata da una forte gelata nella scorsa annata che aveva compromesso buona parte della produzione, ma ha recuperato quest’anno. In Puglia la fertilità delle gemme è buona e superiore alla media e nei vigneti irrigui si prevede fino ad un 10% in più.

La Sicilia, infine, è la regione che ha sofferto di più in quest’annata soprattutto nei vigneti non irrigui, con cali pari a un meno 5-10% rispetto all’annata precedente.

“Avere un impianto di irrigazione è fondamentale se si vuole avere una produzione costante, anche in annate siccitose come quella che si sta concludendo”, ricorda Velasco. 

“Ancora meglio sarebbe dotarsi di una sensoristica in campo capace di rilevare la disponibilità idrica nel suolo e quindi di permettere all’agricoltore di intervenire solo quando necessario”.

Buona la qualità delle uve 

A risentire meno della carenza di pioggia è stata la qualità delle uve, generalmente molto buona, grazie anche all’andamento fitosanitario favorevole. La peronospora quest’anno è stata praticamente assente, così come la botrite e il marciume acido. Sono stati segnalati solo attacchi di oidio, ma con pressioni non preoccupanti.

“L’irrigazione incide sulla stabilità delle produzioni, ma è invece meno importante quando andiamo a guardare la qualità dell’uva, che invece è influenzata molto di più dalla gestione agronomica del vigneto o da fattori ambientali come le escursioni termiche notte giorno”, sottolinea Riccardo Velasco.

“Paradossalmente, in certi areali dove vengono seguiti disciplinari di produzione stringenti la carenza di pioggia permette di mantenere bassa la produttività e di spingere la pianta ad esprimere una qualità elevata. Ed è la qualità la carta vincente che si deve giocare il settore vitivinicolo italiano”.

Quando la genetica combatte la siccità

Oltre all’irrigazione una mano a combattere gli effetti del cambiamento climatico arriva dalla genetica. ll Centro Crea di Viticoltura ed Enologia sta lavorando per selezionare viti e portainnesti che siano maggiormente resilienti agli stress climatici, come la carenza di acqua. 

“Nello specifico facciamo uso delle Tea (Tecnologie di Evoluzione Assistita, Ndr) che permettono di ottenere cloni di vitigni simbolo del made in Italy, come il Sangiovese o il Nebbiolo, ma con caratteristiche di resistenza alla carenza idrica.

In altre parole le Tea permettono ai ricercatori di ottenere piante, del tutto e per tutto uguali ai nobili progenitori, ma con caratteristiche che consentono di fare un uso migliore della risorsa idrica. Il risultato sono viti che producono uve di grande qualità in un contesto di basse precipitazioni.

“Si tratta di una ricerca fondamentale se vogliamo che il nostro made in Italy continui ad essere competitivo anche nei prossimi anni, quando gli effetti dei cambiamenti climatici si faranno sentire con forza”, conclude Velasco. “L’ostacolo oggi è rappresentato dalla normativa vigente, ancorata a quella sugli Ogm risalente al 2001, che di fatto impedisce di testare questi nuovi vitigni in piano campo”.

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